LE BALENE DEL DESERTO


Un grande viaggio nella Bassa California (Messico) alla ricerca dei grandi mammiferi marini che accompagnerò dal 26 febbraio- 8 marzo 2027! Programma e costi

Quando la vedetta a bordo del Boston, la nave baleniera che stava costeggiando la penisola della Bassa California, gridò «Soffiaaa!» e puntò il dito non verso il mare, ma verso la terra, qualcuno dei suoi compagni dovette pensare, per un momento, che fosse ubriaco.

Invece aveva visto giusto. I soffi di balene erano reali e provenivano, del tutto inaspettatamente, da in mezzo alle dune di sabbia che orlano la costa del Pacifico.

La spedizione dell’americano Charles Melville Scammon aveva scoperto, verso la metà dell’Ottocento, quella che sarebbe diventata una delle più importanti aree di concentrazione delle balene grigie del mondo. Una pacchia per lui, che di professione faceva il cacciatore di balene, e un disastro per queste ultime.

Oggi molte cose sono cambiate. Le balene grigie, decimate dalla caccia, si sono riprese numericamente, ma sono ancora molto… ricercate. Non dai cacciatori, per fortuna, ma da chi intraprende un viaggio nella meravigliosa Bassa California, in Messico.

Le balene grigie (Eschrichtius robustus) sono infatti uno dei “target” più intriganti nel vasto panorama del whale watching mondiale. Ogni anno arrivano fino a qui, provenienti dalle acque del Pacifico settentrionale, per riprodursi e partorire nelle lagune costiere della Baja, protette dal mare aperto da lunghe lingue di terra. Talmente protette che, viste da lontano, fanno davvero sembrare che i soffi delle balene provengano dal deserto.

È proprio nelle lagune della Baja che si può vivere un incontro con le balene grigie unico al mondo. Sarà il caso del gruppo che avrò il piacere di accompagnare nuovamente, tra febbraio e marzo del 2027, come “ceto-guida” (ovvero guida naturalistica specializzata in cetacei, ovvero balene e delfini.)

Quella del prossimo anno sarà la mia quarta spedizione in Baja California. Ormai, per quanto sia lontana, un po’ mi ci sento “a casa”.

Accompagnare piccoli gruppi e raccontare loro il mondo dei cetacei giorno dopo giorno è diventato un appuntamento speciale. Mi piace far capire perché quelle balene che stiamo osservando sono così particolari, che cosa abbiamo scoperto su di loro negli ultimi decenni, perché dobbiamo proteggerle e perché, nonostante la loro ripresa dopo la caccia, coggi ontinuano ad avere bisogno della nostra attenzione.

Delle quattro lagune in cui si concentra praticamente tutta la popolazione di balene grigie del Pacifico orientale, forse la più famosa è San Ignacio. E per me è sempre la più emozionante.

Ogni anno solo un numero limitato di persone può accedere alla laguna, con un permesso che l’organizzazione deve prenotare con largo anticipo. A San Ignacio non ci sono alberghi: solo un piccolo campo tendato, con una ventina di tende, dove trascorrere una notte magica prima di imbarcarsi, la mattina, sulle piccole pangas per incontrare le balene –  soprattutto gli individui giovani, nati proprio nella laguna. Sono loro, spesso, ad avvicinarsi alle barchette, ad appoggiare il rostro sul bordo e, qualche volta, persino a lasciarsi toccare.

Ma nella Baja non ci sono solo le balene grigie. Ci sono le megattere, con le loro lunghissime pinne pettorali bianche, che a volte regalano spettacolari salti. E poi le mitiche balenottere azzurre, gli animali più grandi mai esistiti sulla Terra, le orche, gli squali balena, le otarie…

E c’è tutta la meravigliosa e unica natura della Baja California: cactus da record, deserti tra i più affascinanti del mondo, e due mari completamente diversi, l’oceano Pacifico da una parte e il mar di Cortez dall’altra.

Quest’ultimo offre baie dall’acqua a volte di un turchese quasi improbabile. Sul lato dell’oceano invece, immense distese di sabbia bianchissima da cui osservare tramonti davvero unici.

La Baja non ha nulla a che vedere con il Messico della cronaca nera. È un luogo per subacquei, per appassionati di natura, di animali e di Storia. È quello che Jacques Cousteau chiamava “l’acquario del mondo”, riferendosi alla straordinaria varietà e abbondanza di vita del mar di Cortez.

Delfini, colonie di fregate, giovani otarie che vengono a curiosare mentre siete in acqua, sule dai piedi blu, un volo di pellicani in formazione…. a dire il vero, non definirei il mar di Cortez un semplice acquario. È molto, molto di più.

Anche la prossima edizione sarà organizzata da Indigo Escapes, il cui titolare, Stefano Frontani, italiano trasferito in Messico, conosce la Baja come forse nessun altro. Conosce i suoi animali e i suoi paesaggi, ma anche la Storia delle antiche Missioni e, soprattutto, i suoi piccoli segreti. Come quel posto dove il tramonto si specchia in un minuscolo laghetto sulla strada per le lagune di San Ignazio e dove ci portò esattamente al momento giusto.

La Baja è lontana, non c’è dubbio. Ma secondo me ne vale assolutamente la pena. E se ogni anno le balene grigie viaggiano per 7.000 chilometri per raggiungerla… credo che siano d’accordo. Maddalena Jahoda

26 FEBBRAIO – 8 MARZO 2027

Programma e costi

Maggiori informazioni:  

francia.caro@indigo-escapes.com

     

Il Polinesia le balene sono persone giuridiche

Avrete forse letto su “Balene salvateci” che:

C’è una linea di pensiero che vuole che i cetacei (e molte altre specie) siano considerate non cose ma persone. Persone non-umane per la precisione.  Il Non-human Rights Project è una organizzazione statunitense per i diritti civili degli animali e tra i suoi obiettivi, un cambiamento dello stato legale di elefanti, grandi scimmie, balene e delfini da semplici oggetti (quindi senza alcun diritto) a persone legali con diritti fondamentali come la libertà.

La novità 2024 è che in Polinesia le balene hanno ottenuto lo status di persone giuridiche. Forse un importante precedente!

Un habeas corpus, cioè il diritto all’inviolabilità personale, risolverebbe alla radice, per esempio, la questione dei delfinari; tenere in vasca cetacei esclusivamente per l’intrattenimento umano diventerebbe non solo moralmente ma anche legalmente inaccettabile.

Codamozza, la balenottera che attraversò il Mediterraneo senza coda


Per anni, nelle acque del Mediterraneo occidentale, i ricercatori hanno imparato a riconoscere una particolare balenottera comune. Era una femmina che, già prima del 1996, aveva perso il lobo sinistro della coda. L’avevo avvistata durante una delle crociere di Tethys e per questo l’avevo chiamata Codamozza.

Poi, nell’estate del 2019, accadde qualcosa di ancora più drammatico: un secondo incidente le provocò la perdita dell’intera coda, l’organo che per una balena è fondamentale per la propulsione. Le cause sono con ogni probabilità una delle due: una collisione con un’imbarcazione o un impigliamento in una rete o una lenza. O forse entrambe, in successione.

Eppure Codamozza non scomparve. Nonostante fosse gravemente debilitata e sempre più magra, continuò a nuotare. Grazie alle segnalazioni e alle fotografie raccolte dai ricercatori, fu possibile seguirne gli spostamenti per quasi un anno: dal settembre 2019 al luglio 2020 percorse almeno 7.000 chilometri, attraversando il Mediterraneo fino ad arrivare alle coste della Siria,  per poi tornare, e morire, nel Santuario Pelagos dove per tante estati era stata avvistata.

Era la prima volta che una balenottera conosciuta nel Mar Ligure veniva documentata così lontano, nel Mediterraneo orientale. La sua vicenda ha quindi rivelato qualcosa di importante sui movimenti di questi grandi cetacei, ma soprattutto ha reso visibile una realtà che normalmente rimane nascosta: gli effetti, spesso devastanti, delle attività umane sulla vita dei singoli animali.

Il suo ultimo incidente sembra essere avvenuto proprio all’interno del Santuario Pelagos, l’area internazionale istituita per proteggere balene e delfini nel Mediterraneo occidentale. La storia di Codamozza ci ricorda così che tracciare confini sulla carta non basta a proteggere animali che, come lei, possono attraversare migliaia di chilometri di mare. Per conservarli davvero, occorre proteggere l’intero ecosistema in cui vivono e ridurre le minacce lungo tutto il loro viaggio.

Ma la storia di Codamozza è anche una storia di collaborazione. Per quasi un anno, ricercatori e osservatori di diversi Paesi hanno condiviso segnalazioni, fotografie e informazioni ogni volta che la incontravano lungo il suo viaggio. Un grande sforzo collettivo che ci ha permesso di ricostruire il suo straordinario percorso e che è confluito prima in un poster presentato all’European Cetacean Society (ECS) e poi in un lavoro scientifico, realizzato grazie al contributo di tutti coloro che, in luoghi diversi del Mediterraneo, hanno incrociato la strada di Codamozza. Maddalena Jahoda



La hit parade delle megattere

Perché le megattere cantano? Qui una bellissima infografica che lo spiega (in inglese). In sintesi: in acqua i suoni viaggiano 4 volte meglio che nell’aria; per contro, la luce penetra solo per pochi metri. Quindi i cetacei utilizzano ampiamente i suoni per comunicare. Le megattere hanno portato questa capacità ai massimi livelli, e si producono in vere e proprie canzoni, con frasi, temi e strofe. E, particolare che forse facciamo fatica a immaginare – non hanno bisogno di espirare per produrre suoni, perché riciclano l’aria che hanno nelle vie aree; ricordiamoci che tutto questo avviene sott’acqua, in apnea!

Chi canta sono i maschi, e si pensa che sia per attirare le femmine. E sembra che chi canta il motivo più “di moda” sia considerato più attraente. Sì, perché in ogni regione la hit parade è diversa e soprattutto cambia col tempo. Le mode si propagano da una regione all’altra e si evolvono…

Ma al di là di quella che a noi può sembrare una curiosità, cantare è importante per la sopravvivenza di questa specie. Ecco perché l’inquinamento acustico, che tende a coprire anche le frequenze utilizzate dai cetacei, può essere deleterio.

https://www.facebook.com/watch/?v=1349647328381803